Paolo Pedrazzini

Cinquanta più di te

Una scusa per raccontarti di me

Chi avrebbe mai pensato che una persona così piccola potesse viaggiare portandosi dietro una tale quantità di roba. Sei arrivata con un bagaglio capace di bloccare una dogana per ore, e non sto parlando di pannolini e corredino. Non appena entrata nella mia vita hai aperto il tuo baule e una caterva di cose ha cominciato a riversarsi tutt’intorno. Un vero prolasso.

Non sono ancora riuscito a dividerle per genere, figurati a metterle in ordine. C’è sempre qualcosa di nuovo che salta fuori e c’è sempre qualcosa di già visto che si trasforma in qualcos’altro proprio nel momento in cui sono convinto di averlo compreso. Perché tu, nel frattempo, cresci a una velocità impressionante, sempre sulla corsia del sorpasso, e mi lasci come un cretino a guardarti filare via.

Io non voglio e non posso vederti sparire all’orizzonte, così mi tocca schiacciare sul pedale e starti sempre dietro, senza soste, anche se non sono abituato a certe andature e il mio motore non è più tanto elastico. Certe volte è divertente, altre una specie di incubo, talvolta gioia. Tutte le volte è comunque una fatica. Forse perché, come si dice di altri con mal celato piacere, non sono più un ragazzino. Ho un’età in cui si può cominciare a buon diritto a trastullarsi con le somme di un primo vero bilancio o, volendo, a spaventarsi sul serio col fantasma della cessazione attività. Due esercizi comunque difficili da fare al volante. Ma la mia età rimane quella. Ho l’età che ti concede di chiamare esperienze le cose che hai fatto perché ormai cadute in prescrizione, dandoti l’ingannevole sensazione di possedere d’ufficio qualcosa d’interessante da raccontare. Come se quantità e qualità fossero la stessa cosa.

Ma va così, per cui io posso permettermi di raccontare con l’aria di chi ha piena facoltà di farlo. Una cosa che dovrebbe riuscirmi anche mentre t’inseguo.

Per questo ho deciso di provarci. Con molta calma, ma anche con la presunzione necessaria all’ipotesi di un risultato finale che si possa chiamare senza vergogna -libro-. Qui in piazza, per costringermi a fare i compiti con relativa regolarità, aiutandomi con l’idea che qualcuno mi stia leggendo senza averne l’obbligo, magari addirittura con piacere. Con un capitolo alla volta, senza sapere ogni quanto, senza poter scommettere per quanto.

Quel tanto o quel poco che ne verrà fuori è tutto tuo, anche se adesso sai leggere soltanto le O.

 
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